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LA RIVINCITA DELL’AVOIDING – Filippo Colzi

Nel dibattito sull’evoluzione sostenibile della mobilità, è comune identificare tre ambiti strategici di intervento, definiti come avoiding, shifting e improving. Il primo mira a ridurre le necessità di trasporto e la lunghezza dei percorsi da effettuare; il secondo ad orientare la mobilità verso modalità di trasporto più sostenibili (quali il trasporto collettivo o condiviso) e il terzo a migliorare l’efficienza e la sostenibilità dei mezzi di trasporto, intervenendo direttamente sulla tecnologia dei veicoli. A partire dagli anni ’90, gli sforzi più significativi si sono concentrati su questo terzo aspetto: guidati dall’azione normativa europea, i costruttori di veicoli hanno implementato soluzioni di trazione sempre più pulite, inizialmente migliorando i motori a combustione interna e, più recentemente, introducendo un livello sempre maggiore di elettrificazione. Negli ultimi anni, anche il tentativo di trasferire la mobilità da individuale a collettiva ha visto importanti iniziative, con l’introduzione di aree a traffico limitato, il potenziamento del trasporto pubblico locale e la nascita di molteplici servizi di vehicle-sharing. L’ambito dell’avoiding, nonostante la sua semplicità concettuale, ha invece sempre visto una minore attenzione. Ridurre le necessità di spostamento significa indirizzare il mondo del lavoro verso soluzioni di smart working, digitalizzare i servizi delle Pubbliche Amministrazioni e riprogettare gli spazi urbani secondo il concetto di prossimità dei servizi. Interventi obiettivamente complessi, per i quali è necessario coinvolgere moltissimi soggetti e modificare abitudini consolidate, sia a livello personale sia a livello di gestione urbana e industriale. Un processo lungo, quindi, che si scontra anche con una certa resistenza al cambiamento. Salvo trovarsi improvvisamente di fronte a un’emergenza sanitaria, e scoprire che proprio questi interventi diventano l’unica alternativa per continuare a lavorare, ad apprendere, a fornire e ricevere servizi, in sicurezza. Si scopre che la tecnologia è in grado di supportare moltissime attività da remoto, che i servizi possono essere dematerializzati e che la capacità di adattamento del sistema e delle persone è maggiore di quanto immaginabile. E nel mentre si ha la conferma, con la limitazione forzata degli spostamenti, che gli effetti sulla qualità dell’aria sono significativi. L’avoiding si è fatto notare, insomma. Ha scelto un modo prepotente di farlo, basato su scelte obbligate e non volontarie, e imponendo un balzo in avanti nei presupposti al suo sviluppo. Ma ci ha dimostrato di essere una opzione percorribile e con un potenziale importante; sarebbe forse poco lungimirante non prenderlo adesso in adeguata considerazione nelle future scelte per la sostenibilità della mobilità italiana.

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I MODELLI MATEMATICI: UN AIUTO PER COMPRENDERE IL PRESENTE E PROGETTARE IL FUTURO – Guido Pirovano

La crescita incessante della disponibilità di risorse di calcolo, avvenuta negli ultimi decenni e tuttora in corso, sta ampliando enormemente le potenzialità dei modelli atmosferici, rendendoli strumenti sempre più accurati e versatili. Il punto di forza dei modelli, una volta verificata la loro corretta funzionalità e adeguatezza al contesto applicativo (la cosiddetta validazione), è quello di integrare le informazioni ricavate dall’osservazione sperimentale dei fenomeni, offrendo informazioni sulle variabili atmosferiche, fisiche e chimiche, anche dove le misure non sono disponibili, completando il quadro conoscitivo. Se l’utilità di questi strumenti, finalizzata alla comprensione e alla previsione a breve termine dei fenomeni naturali che influenzano la nostra vita quotidiana è nota ai più (si pensi alle previsioni del tempo), non tutti conoscono l’applicazione dei modelli, nella fattispecie quelli di qualità dell’aria, mirata a esplorare gli impatti di scenari di sviluppo alternativi.

Se da una parte i modelli matematici aiutano i ricercatori a comprendere sempre meglio i processi che determinano i fenomeni di inquinamento, dall’altra forniscono un supporto ai decisori politici, che possono beneficiare di valutazioni di impatto sempre più accurate sulle misure di contenimento da mettere in atto per tutelare la salute delle persone e degli ecosistemi naturali.

L’esperimento presentato nel dossier ci ha permesso di cogliere un’opportunità nascosta nell’emergenza COVID-19, immaginando che la drastica riduzione del traffico non derivasse da una situazione di crisi bensì da politiche di mobilità, finalizzate a ridurre l’inquinamento atmosferico. Questo ci ha permesso di verificare “sul campo” l’efficacia di interventi di riduzione delle emissioni e, di riflesso, dell’effettiva capacità dei modelli di ricostruire gli effetti di tali interventi. Il bagaglio di conoscenze e informazioni preziose che ne deriva permetterà, anche grazie alla stretta collaborazione con altri attori pubblici come AMAT e ARPA, di sviluppare politiche di miglioramento della qualità dell’aria sempre più efficaci e adeguate, sia a livello locale che in contesti territoriali più estesi.

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